Ho trascorso molte serate dello scorso inverno all'hotel Plaza per seguire prima il mini corso e poi il primo livello del corso per sommelier, ma mai avrei immaginato che sopra le nostre teste ci fosse una bella terrazza con vista sul mare!
L'ho scoperto qualche giorno fa a una cena organizzata dalla Fisar Versilia per i saluti estivi e per dare il benvenuto a Luca Landi, che col Lunasia ha portato in dote una stella Michelin. Come sempre hanno pensato a noi celiaci ed è stato possibile gustare tutte le portate, eccetto il dolce, senza glutine.
I protagonisti della serata, ovviamente, sono stati i vini, anzi gli spumanti, anzi i Franciacorta (!) de La Montina. Sì perché se ci fate caso i produttori di quel felice lembo di terra bresciano al confine con Bergamo non chiamano i loro prodotti spumanti, ma Franciacorta, un modo per rafforzare ancor di più il marchio, per far comprendere quanto sia essenziale il terroir, rendendo quel vino altro anche rispetto allo spumante.
Ed in effetti non è solo spumante, così come il Barolo non è solo vino rosso, ma è il disciplinare metodo classico più rigido al mondo e, nonostante lo svantaggio di centinaia di anni rispetto ai cugini francesi, i nostri produttori non se la cavano male.

Alla cena era presente anche Michele, uno dei tre fratelli Bozza, proprietari dell'azienda vinicola, che è passato di tavolo in tavolo a presentare le sue bottiglie, con l'operosità e la passione tipica dei franciacortini, parte del segreto del loro successo.
Devo dire che mi sono piaciuti tutti, già alla vista, con quel bel perlage fine e persistente!
L'ouverture non poteva essere che il Saten, setoso appunto, che con delicatezza ed in punta di piedi deve aprire il palato alla cena. Questo de La Montina, forse per il fatto che passa in legno (rigorosamente rovere come previsto dall'art. 5 del Disciplinare) come tutti gli altri loro Franciacorta, è meno "vellutato" di molti altri Saten che ho provato ma non è affatto male.
Eccoci quindi pronti all'antipasto misto di terra e di mare: pecorino toscano e prosciutto crudo da una parte e salmone all'aneto e insalata di mare dall'altra. L'abbinamento perfetto è stato con La Montina Brut, che mi è piaciuto molto, in questo caso proprio per il suo affinamento in legno, che dà un carattere particolare ad un vino già interessante per sapidità e bouquet floreale. Devo dire che è sapiente, a mio gusto, anche l'assemblaggio che vira al blanc de blanc (85% chardonnay e 15% pinot nero), che esalta la freschezza di questi Franciacorta.
Coi primi, pasta con orata pomodoro e limone e risotto mantecato agli zucchini,
è arrivato anche il mio La Montina preferito: il millesimato 2009 Extra Brut Rosè. In questo caso l'assemblaggio è ovviamente invertito: 85% pinot nero e 15% chardonnay. I profumi sono quelli di una bollicina che ha qualche anno e sta invecchiando bene: frutti di bosco, pesca gialla ed anche uva matura, oltre che pane tostato. In bocca ribadisce la sua personalità: è rotondo e delicato e non teme di essere coperto da pietanze dal sapore deciso, che anzi ne esaltano la qualità.
Quanto ai primi piatti, il riso era ben cotto ed il condimento della pasta interessante, con l'acidità del limone e del pomodoro che ben si sposavano con l'orata.
Per finire è stato servito con frutta e dolci La Montina Demi sec, che per il dosaggio zuccherino è perfetto per accompagnare le portate di fine pasto. Purtroppo non c'era nessun dolce senza glutine e quindi non posso parlarvene.
La cena è stata molto piacevole e le pietanze mi sono piaciute, sennò non avrei recensito il ristorante (come sapete scrivo solo dei posti in cui ho mangiato bene e che consiglierei ai miei amici), pur tuttavia sono rimasta un po' delusa: non è stata senz'altro all'altezza di una stella Michelin.
Ritornerò a provare la cucina di Landi perché voglio essere smentita dalle sue certificate capacità, ma vi direi una bugia se ve le decantassi ora, senza averle realmente testate!
Pane senza glutine: sì
Hotel Plaza et de Russie
Piazza Massimo D'Azeglio, 1
Viareggio (LU)
Quando ho una settimana particolarmente intensa fisso appuntamento coi miei amici per un rilassante e rigenerante aperitivo all'Excelsior per il venerdì: nelle giornate precedenti il pensiero di questo bel momento di svago mi aiuta a rimanere carica e poi al termine della settimana cancella gran parte dello stress. Come dice Banana Yoshimoto: "la vita è fatta di piccole felicità"!
D'inverno sprofondo nei comodi divani del bar interno, mentre d'estate non rinunciamo a salire al quinto piano per godere della bellissima terrazza con vista sul mare apuo-versiliese di fronte a pochi passi e delle Apuane alle nostre spalle: mentre aspettiamo che uno degli impeccabili camerieri venga a prendere le ordinazioni, già la location è sufficiente per rilassarci e farci staccare dalla frenesia del lavoro.
La scelta dei vini non è ampia, ma i pochi che ci sono non sono affatto male, ed è possibile anche farsi servire un cocktail.
Quanto all'accompagnamento è possibile scegliere fra un tagliere di salumi e formaggi, delle ostriche oppure, udite udite, una frittura di pesce preparata espressa dallo chef senza glutine!
Non so se a voi capita spesso, ma è raro per me celiaca poter gustare del fritto, perciò sono molto contenta di poterlo fare all'Excelsior!
Oltretutto il pesce è freschissimo e la cottura perfetta: asciutta e croccante al punto giusto.
Se si aggiunge la location, compreso il fatto che non c'è mai ressa, e che il servizio è eccellente, non posso che suggerirvi di provarlo il prima possibile: sono certa che vorrete tornarci presto!
Pane senza glutine: no
Crackers senza glutine: sì
Hotel Excelsior
Via C. Battisti, 1
Marina di Massa (MS)
Come vi avevo promesso, vi racconto le altre degustazioni interessanti che ho fatto al Cinema Sivori in occasione della rassegna sui vini eroici, organizzata dall'Enoteca Altivini di Genova. Come per le recensioni sui locali gluten free, anche per i vini ometterò di citare quelli che non mi piacciono affatto, dedicandomi solo a quelli che mi convincono per un motivo o per l'altro. Qualcuno potrà obiettare, giustamente, che anche il giudizio negativo è utile per i lettori, ma ho maggiore propensione a parlare del bello e del buono, quando lo trovo, e quindi il mio blog ha questo taglio selettivo.
Il pomeriggio, iniziato egregiamente con i vini di cui ho parlato nel precedente post, è continuato con altri assaggi, purtroppo non tutti, fra i quali mi sono particolarmente piaciuti i seguenti:
AGRINOVA (Susa, TO)
Agrinova vuol dire non solo vino: questa azienda, votata al biologico, produce un'ampia gamma di prodotti, fra cui la patata di montagna della Provincia di Torino, il miele della Val di Susa e numerose erbe officinali di montagna, fra cui il prezioso genepi, che cresce ad alta quota e viene infatti coltivato a Pragelato, in Val Chisone. Dalla lavorazione delle infiorescenze viene prodotto l'elisir di genepi.
Ma veniamo ai vini, che sono inequivocabilmente eroici vista l'altitudine, il microclima e le pendenze particolarmente ripide! L'azienda coltiva vitigni autoctoni della Val di Susa ed in collaborazione con l'Università di Torino ha contribuito al recupero dello Chatus, da non molto iscritto nel Registro Nazionale delle varietà di vite, e che è il vitigno che nel 1938 il prof. Dalmasso ha utilizzato insieme al Barbera per dar vita all'Albarossa.
Io ho provato il Lou Bariò, prodotto da viti di 40 anni di età. Si tratta di un Moscato, che in Val di Susa chiamano Muscat. ma non aspettatevi di bere il solito Moscato: forse perché è allevato a 650 metri, forse anche per via del terreno che non è calcareo ma scistoso, col vantaggio di trattenere bene il calore e di essere ricco di potassio e magnesio.
Questo vino sta 4 mesi sulle sue bucce e per chiarificarlo viene effettuata la flottazione in azoto. L'affinamento avviene solo in acciaio. E' un vino secco con un delicato profumo erbaceo, un sentore di violetta e di frutta fresca.
AZIENDA AGRICOLA CONCARENA (Capodiponte, BS)
Nel taccuino di appunti che mi ero preparata prima della degustazione, c'era anche questa azienda come altre, ma se non fosse stato il titolare a chiamarmi, probabilmente avrei fatto l'errore di non fermarmi al suo banco, per mancanza di tempo. "Poi può venire ad assaggiare i miei vini?" Mi ha apostrofato. Non ero affatto certa che ce l'avesse con me...anzi ero quasi sicura che cercasse qualcun altro. "L'ho osservata, vedo che è esperta, mi dice cosa ne pensa dei miei?" Ho subito sgombrato il campo da equivoci: "Mi dispiace ma non me ne intendo. Proprio perché ho ancora troppo da imparare prendo appunti e rompo le scatole ai produttori". Ma grazie a questo errore di valutazione ho assaggiato i riesling di Concarena, prodotti da un vignaiolo giovane, che sa il fatto suo ed è dotato di una buona dose di umiltà e passione che senz'altro lo porterà ad ottenere importanti riconoscimenti.

Questa azienda, nel cuore della Valcamonica, a mio avviso è eroica per più di un motivo: non solo perché coltivano la vite fra i 400 ed i 500 metri d'altezza con pendenze importanti, attorno ai 15%, con tutte le difficoltà di allevamento e vendemmia che questo comporta, ma anche perché le vigne sono situate in una valle fra due montagne (Concarena e Pizzo badile, rispettivamente 2500 e 2400 metri di altezza), nel versante "solivo", quello che riceve il primo sole al mattino, e quindi l'esposizione solare è di poche ore al giorno, con una forte escursione termica.
Le vigne, dislocate fra Cemmo e Ono San Pietro, sono abbastanza giovani (6/8 anni) e sono impiantante su un conoide di deiezione e quindi si tratta di terre miste ricche di calcare antico, frutto di millenni di sedimentazione, che danno diverso nutrimento alle piante e in profondità c'è del gesso, che fra qualche anno renderà ancora più interessanti questi vini.
Ho assaggiato due annate di Videt, riesling renano in purezza, vitigno ideale per il terroir di concarena: ama il freddo e la forte escursione termica. La vendemmia, vista altitudine e temperature, avviene abbastanza tardi senza comprometterne la freschezza, grazie alle temperature poco miti. La vinificazione avviene in acciaio a temperature fra i 16 e i 18 gradi.
Il Videt ha un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli ed ero titubante ad assaggiare il 2014: già è stata un'annata poco fortunata ovunque, figuriamoci in Valcamonica, in un punto che prende poco sole! E invece non è affatto male, ha una bella freschezza ed è sapido. Credo abbiano sapientemente aspettato ancora di più rispetto ad altri anni a vendemmiare così i profumi si sono "fissati" e a differenza di tanti vini di questa annata non è affatto piatto: si sentono bene la mela verde, gli idrocarburi, la mineralità e credo che non avrà problemi di longevità. Certamente avrà lunga vita il 2012, ancor più sapido del 2012, con gli stessi profumi del 2014 ed anche un sorprendente zafferano!
CASCINA BANDIERA (San Sebastiano Curone, Loc. Bandiera, AL)
Lo so che non dovrei essere così di parte, ma devo dirlo: sono stati i miei preferiti! Non per il vino o per le modalità di allevamento della vigna o per il rispetto profondo che hanno della terra o per la loro simpatia...ma per tutte queste cose insieme.
Innanzitutto la loro degustazione è stata verticale e alla cieca: hanno portato diverse annate, perché ogni anno con la diversità di clima che lo connota dà un carattere diverso al vino e non mi hanno svelato fino all'ultimo di che vitigno si trattasse. Ingannata dalla zona ho subito pensato che fosse un timorasso, anche se quel sapore meno ruvido e il profumo più aggraziato non mi hanno fatta sbilanciare nella risposta che, infatti, sarebbe stata errata! Questi due coniugi milanesi che hanno deciso di trasferirsi in campagna producono con eleganza e sapienza un ottimo Chardonnay!
Innanzitutto mi raccontano che stanno in località Bandiera il cui nome deriva dal fatto che San Sebastiano Curone è situato al confine fra tre Regioni (Lombardia, Piemonte e Liguria) e c'è una torre sulla quale in passatoveniva posta una bandiera per le comunicazioni. Essere un crocevia di tradizioni diverse, anche in virtù del fatto di trovarsi sulla via del sale che da Genova portava a Milano, ha reso questo Comune un borgo molto interessante e ricco di cultura ed è stato scelto da questi eccezionali vignaioli per intraprendere la loro azienda biodinamica, filosofia in cui credono e che hanno sperimentato da più di 30 anni.
I terreni sono marnici e la mineralità si sente nei vini di tutte le annate, specialmente quella più vecchia.
Il rispetto profondo per Madre Natura si vede nelle modalità con cui producono il vino e non solo perché seguono i dettami della biodinamica, ma perché, come tanti biodinamici, "ascoltano" ed assecondano quello che combina il clima, cercando di esaltare le caratteristiche di ogni annata, cosicché ogni vino abbia qualcosa da raccontare e da ricordare.
Va sottolineato che non utilizzano anidride solforosa, nemmeno un'ombra: riescono a sopperire all'azione del diossido di zolfo, addizionando di anidride carbonica il vino in autoclave e talvolta azzardano a non filtrarlo, ma non quello di pronta beva, che sarebbe troppo facile, ma quello che potrebbe durare nel tempo. Non si tratta però di uno sciocco azzardo: nel 2012 le fecce residue ci sono ed ho bevuto un vino di carattere, neppure minimamente compromesso dalla mancata filtrazione. Il vino prodotto invece nel 2011 è rimasto 11 mesi sulle sue fecce fini ed anche in questo caso non hanno affatto corso il rischio di guastare il prodotto finale, anzi!
Il 2010 ha fatto fermentazione pellicolare, rimanendo 19 giorni sulle bucce e si vede questa scelta sia nel colore giallo dorato che nel delicato tannino che si percepisce in bocca.
Il 2007 ha un netto profumo di melone e di caramella, mentre il 2006, che è il più minerale di tutti, ha una leggera ossidazione che non dispiace e ricorda qualche champagne francese, in cui come sappiamo è deliberatamente voluta, ed ha un sentore di composta di mele e di albicocca.
Tutte le annate sono caratterizzate da un persistente ed al contempo non preponderante aroma di idrocarburi e si sente tanto anche il timo, che fanno crescere alto ai piedi delle viti e cede all'uva il suo aroma.
Credo di essere stata a scocciare questi produttori un tempo lunghissimo perché alla mia curiosità si è sommata la loro grande gentilezza e voglia di condividere la loro sapienza ed i loro vini con grande generosità ed umiltà, nonostante producano delle eccellenti bottiglie.
Spero che il prossimo anno ripetano questa rassegna e che si diffonda la conoscenza dei vini eroici, perché significa promuovere il lavoro dell'uomo e la qualità dei prodotti - non fosse altro perché le uve sono raccolte a mano e non con vendemmiatrici che oltre a non selezionare le uve raccolgono di tutto -, ma vuol dire anche preservare la biodiversità ed esaltare le caratteristiche che ogni terroir ci offre.
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Era forse più di un anno che non andavo a mangiare una pizza "Da Totò e un po' di Napoli" e se per caso è molto che non ci andate non recatevi spediti dov'era: si è trasferito in via Ficalucci, 46 in un location nuova, molto più grande e, nonostante questo, sempre piena, con un ampio parcheggio limitrofo. Il locale è molto luminoso e accogliente, completamente diverso, e viene anche il dubbio di non essere più da Totò, ma basta entrare e ancor prima di vedere le pizze, inconfondibili, o Totò nella cucina a aperta sulla sala, la storica stampa di Pulcinella dietro la cassa con uno scaramantico "Maluocchio sciò!" ci rassicura: siamo nel posto giusto.
La riprova l'abbiamo appena seduti: il personale, numeroso per accontentare i molti clienti, è veloce, cordiale e competente come sempre e ci passano davanti le pizze fatte a regola d'arte con la base non troppo sottile ed il bordo soffice e panciuto.
Purtroppo queste delizie non sono per noi celiaci e sarei davvero felice se Totò si cimentasse nella realizzazione della pasta per la base della pizza gluten free che credo invece sia industriale e congelata. In ogni caso la pizza per noi celiaci non è affatto male, anzi! Anche se la base non mi sembra artigianale è abbastanza buona ed il condimento ottimo, sia che si prenda la margherita sia che si opti per qualche altro gusto.
Ieri sera ho provato la Vesuviana, che sarebbe a base bianca, mentre io ho scelto in aggiunta il pomodoro, e prevede mozzarella, radicchio e pancetta. Devo dire davvero buona: il radicchio era stufato e quindi morbido e il contrasto con la croccantezza e la sapidità della pancetta è proprio indovinato.
Ho accompagnato il tutto con una birra senza glutine: stavolta ho preso la Tennent's, ma hanno anche la Daura.
Come vi dicevo il servizio è stato veloce nonostante ci fosse moltissima gente, ma credo che oltre all'efficienza di sala e cucina ed alla loro sinergia, la scelta di fare il doppio turno credo sia azzeccata per snellire le comande.
Spesso quando i ristoratori rinnovano o cambiano i locali i prezzi subiscono un pur leggero ritocco mentre da Totò si continua a spendere poco, rispetto alle quantità e alla qualità delle pietanze, perciò ve lo consiglio!
Birra senza glutine: sì
Da Totò e un po' di Napoli
Via Ficalucci, 46
Marina di Pietrasanta (LU)
...Rimanendo in ambito cinematografico potremmo dire: "buona la prima!", visto che pur essendo la prima edizione, "Vite di eroi" è stato un esperimento riuscito. La commistione, interessante ed originale, di degustazione e cortometraggi sul tema è stata vincente, perché oltre alla preziosa narrazione dei vignaioli, solo dei filmati riescono a far comprendere appieno cosa significa coltivare la vite sulla sabbia o sopra i 900 metri oppure su pendenze oltre il 30%. Da appassionata di vini e del loro terroir ho apprezzato molto l'idea del Cinema Sivori e della Cantina Altivini e spero di tornare alla prossima rassegna per degustare tutto quello che non ho potuto quest'anno.
Per fortuna il tempo è stato clemente ed il pomeriggio che avevo deciso di dedicare a questa manifestazione è trascorso troppo velocemente nel cortile interno del cinema, sia per la piacevolezza dei vini ma anche delle storie dei vignaioli, che con pazienza e grande competenza hanno risposto alle mie domande. Ecco le mie impressioni...
ERMES PAVESE (MORGEX, AO): 15 ANNI E GIA' VIGNAIOLA
Dietro al primo banco che ho incontrato, era seduta una ragazzina. Mi sono fermata per la degustazione, guardandomi intorno per incrociare lo sguardo di un adulto che mi raccontasse e mi mescesse il vino e dopo qualche attimo di smarrimento, mio ovviamente, mi ha chiesto: "vuole assaggiare?" "Sì grazie..." Mi sembrava poco carino dirle che sarei tornata quando ci fosse stato un "grande" e mi ero rassegnata a sapere di quei vini solo quanto c'era scritto sul sito, quando ha cominciato a chiedermi cosa volevo, dandomi alcune precise informazioni...allora ho azzardato a porle domande come avrei fatto con una vignaiola di almeno 10 anni di più. Mi ha risposto con una competenza inaspettata!
Quando è arrivato il sig. Pavese, suo papà, non ho potuto non fargli complimenti: è una ragazzina molto in gamba e se coltiverà la sua passione credo che presto sentiremo parlare di lei.
Ma veniamo al dunque. Le vigne di Priè Blanc si trovano fra i 900 ed i 1200 metri di altezza nel Comune di Morgex. Per fortuna la filossera non ama molto quel tipo di clima e quindi la vite ha piede franco. La raccolta delle uve viene fatta integralmente a mano per dare un Blanc de Morgex e de La Salle vinificato anche con metodo classico.
Il vino base ha un colore giallo paglierino di media intensità e i profumi di pera williams (che si sente netta anche in retrolfattiva), pepe bianco, fiori bianchi ed erbe aromatiche. In bocca ha una buona sapidità ed è fresco vivo.
È molto interessante anche il metodo classico pas dose' che rimane 18 mesi sui lieviti ed è millesimato con rabbocco con vino della stessa annata. Il colore è sempre giallo paglierino e il perlage è mediamente fine e persistente. Anche in questo caso si tratta di un vino sapido e prevalgono i sentori di mela verde, crema pasticciera e pepe bianco.
Purtroppo, per ragioni di tempo, non sono riuscita a ripassare a provare il Ninive, l'ice wine dell'azienda.
MAMMOLITI (CERIANA, IM): L'INDIANA JONES DEI VIGNETI
Con grande sorpresa scopro che dietro tanta modestia e passione si nasconde una competenza e una capacità che va oltre la coltivazione eroica.
Sì perché Eros Mammoliti non si accontenta di coltivare un vecchio biotipo di vermentino sui versanti scoscesi della Valle Amea, sopra Sanremo, ma sta dando un grande contributo alla biodiversità e quindi a farci vivere tutti meglio, donando una seconda vita a vitigni di cui si erano perse le tracce qualche anno fa...a voler essere precisi ben 400 anni fa!
Il primo recuperato è il Moscatello di Taggia, che ha conosciuto 300 anni di fama fra il '300 ed il '600 tanto da essere apprezzato dai Papi, nelle Fiandre ed in Inghilterra, dove pare fosse l'unico vino che per ordine del Re non poteva essere tagliato con altri.
Poi nel 1709, la gelata che compromise la produzione di olio nella Riviera francese, portò molti produttori rivieraschi ad espiantare le vigne in favore della più redditizia coltivazione degli ulivi, vista l'ingente richiesta. Ma non tutto era perduto.
Quindici anni fa Eros Mammoliti ha messo tutta la sua passione e la sua competenza al servizio del recupero di questo vitigno e grazie alla collaborazione dell'Università di Torino e del Consorzio del Moscato di Asti, partendo da 3 piante, è riuscito a far rivivere il Moscatello, che coltiva su circa 2 ettari di terreni sabbiosi, con esposizione sud sud/est.
E' attesa a breve un'altra riscoperta visto che dopo questo eccellente risultato, Mammoliti non si è fermato, ma sta lavorando per riportare a frutto un altro vigneto antico.
Purtroppo non ho potuto degustare il Moscatello e quindi mi riprometto di fare visita alla cantina, ma ho assaggiato Epicuro, un vermentino senza lieviti aggiunti e particolare: non è appiattito sui profumi e gusti ormai standardizzati di troppi vermentini. Di colore giallo paglierino tenue, ha profumi di mela verde, agrumi e fiori gialli. Ha una buona sapidità ed è fresco vivo. In retrolfattiva si sente piacevolmente la mandorla amara.
WALTER DE BATTE' (RIOMAGGIORE, SP): UN MARINAIO EROICO
Proseguendo verso levante nella costa ligure si arriva alle Cinque Terre: anche qui la morfologia del territorio consente solo di fare stretti terrazzamenti con muretti a secco, che si arrampicano sul monte e grazie all'esposizione le uve ricevono in dono i profumi del mare.
Il vino in degustazione è "Altrove" e non poteva chiamarlo in altro modo un marinaio che ha visto tanti altrove e da altrove oltre che dal suo luogo vengono i vitigni che coltiva.
Non è un vermentino, ma un assemblaggio di uve di diversi vitigni tutti a bacca bianca, tre autoctoni e due di origine della Valle del Rodano. Questi ultimi sono il marsanne, che dona al vino il profumo di idrocarburi ed il colore dorato, e il roussanne, più aromatico del primo. Sono invece autoctoni il vermentino, il rossese bianco, che è presente alle Cinque Terre dal '300 ed il bosco, tipico di Riomaggiore.
Altrove è coltivato su pochi ettari e la produzione, a seconda degli anni, oscilla dalle 2.500 alle 3.000 bottiglie. Ha un colore giallo dorato e al naso...si sente subito il mare! Lo iodio, il salmastro, poi gli idrocarburi si fanno spazio fra le erbe della macchia mediterranea ed un affumicato che persiste. Ha un'eccellente sapidità e una buona freschezza come i vermentini, ma anche una discreta struttura, dovuta forse alla permanenza del vino sui suoi lieviti per 8 giorni senza controllo delle temperature.
LE BATTISTELLE (BROGNOLIGO, VR): L'AZIENDA CHE CERCA FA ONORE AL SOAVE...
...perché il 100% di garganega coltivato e vinificato da questa azienda dà origine ad un eccellente soave classico. Le vigne si trovano su pendii rocciosi e ripidi e se per caso avessi qualche dubbio il proprietario appassionato di questa azienda agricola me li fuga subito: appena gli chiedo, come faccio sempre, se mi racconta il suo vino, gli si illuminano gli occhi. Mi mostra la cartina della zona di produzione del Soave e mi indica che loro sono proprio lì, nella zona del classico, la più antica di tutte, ed apre l'ipad per farmi vedere le pendenze (si passa dagli 80 ai 250 metri) ed i terreni. Le caratteristiche morfologiche sono analoghe a quelle della Loira (basaltico-tufaceo), ma la compattezza del terreno è diversa fra una vigna e l'altra anche se sono molto vicine.
Fino al 2002 i Dal Bosco conferivano le loro uve ad altre cantine e poi c'è stata, fortunatamente per noi, la svolta e quindi l'inizio della produzione diretta. Come spesso accade le vigne non si estendono senza soluzione di continuità, ma sono frammentate in numerose particelle e forse anche questo melting pot di terreni ed esposizione rende questi vini tanto interessanti.
Non si tratta di differenze irrilevanti. A riprova di ciò basti pensare che per il Battistelle Soave Classico la raccolta delle uve avviene normalmente ai primi di ottobre, mentre per il Roccolo del Durlo si attende la metà dello stesso mese.
Ma veniamo all'assaggio: entrambi sono accomunati da una forte mineralità e sapidità, soprattutto il Roccolo, grazie all'origine vulcanica dei terreni.
Entrambi giallo paglierino, leggermente più carico il Roccolo, hanno sentori di erbe aromatiche e idrocarburi. Il Battistelle profuma di mela verde, susina e fiori bianchi, mentre nel Roccolo, come già detto, ho sentito una mineralità più accentuata, profumi di pesca e agrumi ed ha una maggiore struttura, che gli consente lunga vita.
Il Roccolo del Durlo è un vino blasonato, il 2013 è stato premiato quest'anno da "I migliori vini d'Italia" e si può fregiare del titolo di vino di eccellenza della guida del Touring Club Italiano.
Il giardino raccolto ed il fatto che nel primissimo pomeriggio non ci fossero ancora tanti estimatori mi ha consentito di chiacchierare lungamente coi produttori che mi hanno trasmesso tutta la loro passione genuina e che dovremmo ringraziare per i prodotti che ci regalano e per la tutela della nostra casa comune, la Terra. Ma non è terminata qui la mia degustazione...nel prossimo articolo vi racconterò altri vini e vignaioli interessanti.
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